la Diagnosi Ecografica di Pseudomixoma Peritonei

La diagnosi ecografica di Pseudomixoma Peritonei rientra nella diagnosi differenziale dei versamenti addominali.

Lo Pseudomixoma Peritonei è una situazione in cui la cavità addominale è disseminata di mucina a seguito della rottura di una neoplasia mucinosa dell’appendice o, più raramente, dell’ovaio o di altri organi addominali. Il suo trattamento efficace si basa innanzitutto su un precoce sospetto clinico, che porti alla pronta esecuzione di approfondimenti diagnostici (TAC ed eventuale laparoscopia diagnostica) per avere la corretta diagnosi e rilevare la presenza di caratteristiche di aggressività (cellularità della mucina, presenza di atipie ecc.).

I segni di sospetto più frequenti sono spesso aspecifici: la distensione progressiva dell’addome, la nausea o il vomito, la stipsi, la perdita di peso, la comparsa di ernia ombelicale o inguinale, il dolore addominale che porta a sospettare un’appendicite acuta. Talvolta la diagnosi parte dal riscontro di una massa ovarica.

Molto frequentemente, il primo esame che viene richiesto è un’ecografia addominale, che evidenzia la presenza di versamento liquido in addome. Vediamo le caratteristiche ecografiche che possono far sospettare uno Pseudomixoma Peritonei.

Pseudomixoma Peritonei Pelvico

visione ecografica della pelvi femminile: la fotografia mostra la presenza di versamento con caratteristiche ecografiche miste. Nel contesto di un fluido anecogeno sono presenti masserelle ecogene che si aggregano in agglomerati a densità mista. Se si invita la Paziente ad oscillare sul bacino, si osserva che queste masserelle tendono a spostarsi e tornare in posizione, come fossero incollate tra loro. E’ il comportamento della gelatina. Diversamente, un corpo denso che galleggia in un fluido, tende a restare sospeso e ridepositarsi lentamente.

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Pseudomixoma Peritonei pelvico in laparoscopia

visione laparoscopica della pelvi femminile: la fotografia mostra l’aspetto laparoscopico dell’immagine ecografica precedente. Si può notare come la mucina aderisca alle superfici con caratteristiche viscose, che spiegano la sua inerzia al movimento. In questo caso non sono presenti aspetti infiltrativi del peritoneo. Si tratta di mucina acellulare.

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LAMN appendice

visione ecografica di un tumore mucinoso con rottura della parete dell’appendice: la fotografia mostra l’aspetto dell’appendice. Le pareti sono ispessite, il lume dell’appendice è occupato da materiale con le stesse caratteristiche descritte sopra. E’ evidente il punto in cui è avvenuta la rottura della parete dell’appendice e da cui la mucina fuoriesce.

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LAMN appendice laparoscopia

visione laparoscopica di un tumore mucinoso dell’appendice: la fotografia mostra l’aspetto dell’appendice nel caso sopra. E’ evidente l’area ispessita nella metà distale.

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LAMN perforato

tumore mucinoso con rottura della parete dell’appendice: è evidente l’area di rottura della parete appendicolare, da cui fuoriesce mucina.

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LAMN appendice macro

tumore mucinoso dell’appendice, sezione macroscopica (caso sopra): è evidente l’area di rottura della parete appendicolare, da cui fuoriesce mucina.

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Pseudomixoma Peritonei

Nella sua visione d’insieme, la presenza di un’immagine di ansa ispessita (l’appendice), che presenta una soluzione di continuo della parete e lume dilatato da materiale ipoecogeno con sedimenti isoecogeni che si ritrova anche libero nella cavità addominale, deve far sospettare uno Pseudomixoma Peritonei da tumore mucinoso dell’appendice (LAMN) perforato. E’ consigliabile inviare i Pazienti presso un Centro di riferimento per la patologia, astenendosi da interventi chirurgici resettivi.

Il Blues e la Chirurgia

Intervistato dalla rivista “Guitarist”, il grande chitarrista Gary Moore alla domanda “Cosa significa suonare il Blues?” rispondeva così:

“E’ un esame di coscienza. Questa musica è così fottutamente difficile da suonare, ma la gente non lo capisce: crede sia sufficiente prendere la chitarra, suonare tre accordi ed ecco il Blues. C’è molto di più di quello che crede la gente. Stai sempre a rifinire, a togliere quello che non ti serve, finchè ciò che resta è l’essenziale, ciò che è davvero necessario. E’ questo il modo più difficile di suonare”.

Credo che questo sia lo stesso spirito che muove il Chirurgo appassionato della sua arte. Rifare e rifare gli stessi interventi, e ogni volta rifinire la propria tecnica per arrivare all’essenziale, ricercando l’economia dei gesti, la loro sequenza più armonica, per esprimere il risultato che abbiamo nella nostra immaginazione e che ispira il nostro lavoro.

In questi giorni ho scoperto che la mia tecnica originale per il confezionamento laparosopico di una digiunostomia nutrizionale secondo Witzel ha raggiunto il primo posto nella ricerca “laparoscopic Witzel” su Google.

Il video che ho pubblicato su YouTube per presentare la mia tecnica è visto e scaricato ogni giorno da molte persone. Ed è per me motivo di soddisfazione vedere che il materiale che ho gratuitamente messo a diposizione per insegnare la tecnica ai Chirurghi ha una diffusione internazionale.

Ma soprattutto sono contento perchè è una tecnica di cui sono fiero, nata dalla ricerca dell’essenziale. Ho rivisto ogni passaggio nella mia mente, rifacendolo di continuo e cercando di rifinirlo. Ho disegnato i passaggi su ogni pezzo di carta che mi passava per mano. E alla fine credo di aver raggiunto l’esecuzione che cercavo.

Ringrazio tutti quelli che ogni giorno, decidendo di vedere il video o consigliarlo, sono incuriositi e, spero, ispirati da questo lavoro.

Osservare, mettere in dubbio, disegnare

Mi soffermo su alcune abilità che ritengo importante coltivare per migliorarsi come chirurgo.

Nonostante l’insegnamento sia fondamentale, molto dell’arte chirurgica si apprende dall’osservazione di altri chirurghi. In particolare, poichè non la molta pratica, ma soltanto la pratica perfetta porta alla perfezione, è importante poter osservare dell’ottima chirurgia.

Si riproduce quello che si osserva, pertanto è bene osservarlo sinceramente ed è ancor meglio osservare lo stesso intervento eseguito da chirurghi diversi. Infine è fondamentale osservare se stessi nell’atto di operare. Se avremo osservato bene, all’inizio avremo più dubbi che certezze. Affrontare questi dubbi e sottoporre le nostre certezze a una revisione ci porterà a desiderare di migliorare. Se a questo punto abbiamo bisogno di immaginare una soluzione, il mio consiglio è di aiutarsi disegnandola.

Immaginare e disegnare un intervento prima di farlo è una pratica che considero di fondamentale importanza.

Porto l’esempio della mia tecnica di HIPEC laparoscopica.

Ho imparato ad eseguire l’HIPEC con la tecnica Coliseum (ad addome aperto). L’ho studiata. Poi l’ho vista fare. Poi ho aiutato altri a farla, con entusiasmo. Infine l’ho applicata, e ho iniziato ad avere dei dubbi: impossibile mantenere l’ipertermia perchè c’era troppa dispersione del calore, impossibile una distribuzione omogenea del calore. Pensavo fosse eccellente, sono andato a rivedere la letteratura e ho constatato che la supposta superiorità non poggiava su evidenze scientifiche valide. Avevo un problema: per mantenere la temperatura del liquido peritoneale mi serviva l’addome chiuso, ma per poter mescolare il contenuto addominale mi serviva l’addome aperto. Dovevo trovare il modo di mescolare ad addome chiuso.

La soluzione mi è arrivata dalla mia esperienza in laparoscopia, in particolare dai miei lavori sulla lisi di aderenze mediante laparoscopia. Ho rivisto le registrazioni di alcuni miei interventi e ho pensato di utilizzare la stessa strategia per liberare e muovere l’intestino e gli organi addominali durante l’HIPEC ad addome chiuso. Il risultato è in questi disegni.

il posizionamento degli accessi laparoscopici
il posizionamento dei drenaggi e degli ingressi del chemioterapico e del gas per laparoscopia
lo studio sulla distribuzione della pressione addominale e sulla pressione di gonfiaggio
l’applicazione della Legge di Stevino alla determinazione della pressione addominale
la simulazione tridimensionale e il rendering della tecnica

Sul mio canale YouTube sono disponibili anche alcuni video su dubbi, problemi e soluzioni legate allo sviluppo della tecnica LE-HIPEC. L’articolo che descrive la tecnica è disponibile nella pagina delle Risorse Didattiche.

Disegnare a mano aiuta a immaginare tridimensionalmente lo svolgimento e i passaggi dell’intervento che si vuole costruire. Volendo, ci si può poi divertire a tradurre il tutto in modelli tridimensionali, aiutandosi con uno dei tanti software open source disponibili. Infine è bene filmarci mentre operiamo, rivedere più volte il video per osservarci dall’esterno, farci venire nuovi dubbi e quindi perfezionare le cose che non ci soddisfano. Il ciclo non ha fine, ma è senz’altro virtuoso.

Di seguito alcuni disegni che ho utilizzato per immagninare alcune delle tecniche che ho descritto e applicato.

Gastrostomia tubulizzata

bozzetto per il posizionamento degli accessi laparoscopici
modello tridimensionale dei passaggi operatori

Emicolectomia destra videolaparoassistita

modello tridimensionale dei passaggi tecnici progressivi

Sindrome di Chilaiditi

modello tridimensionale della posizione del colon

Emicolectomia sinistra robotica in posizione laterale, sincrona a escissione di neoplasia renale

La progettazione di questo intervento, da eseguire in contemporanea col collega Urologo, è stata particolarmente interessante perchè richiedeva di risolvere alcuni problemi: 1. evitare il cambio di posizione, mantenendo il paziente nella posizione laterale necessaria all’Urologo per lavorare; 2. ridurre al minimo la necessità di accessi aggiuntivi mediando tra quelli necessari all’Urologo e quelli necessari a me; 3. dovendosi alternare al tavolo operatorio, cercare di utilizzare gli stessi strumenti robotici, evitando sostituzioni di strumentario.

bozzetto della posizione del Paziente e degli accessi laparoscopici
simulazione della via di accesso per il tempo vascolare

Invito a consultare la sezione Risorse Didattiche per ulteriori informazioni.

La Carcinosi Peritoneale / 1

Non mi interessa qui dare una definizione di carcinosi peritoneale, quanto cercare di spiegarne il sigificato, soprattutto per quanto riguarda il suo ruolo nell’influenzare il decorso della malattia e la vita di chi ne soffre.

Non condivido del tutto la definizione che la maggior parte dei professionisti dà della carcinosi peritoneale, come diffusione di un tumore dall’organo di origine (in genere ovaio o tubo digerente) alla membrana che riveste la cavità addominale (il peritoneo). Preferisco definirla come la presenza di tumore nella membrana peritoneale (che riveste non solo la cavità addominale ma anche molti dei suoi organi) e nello spazio tra gli organi che questa membrana delimita. Chiarisco meglio perchè è importante ragionare sui termini “presenza” e “spazio tra gli organi addominali”.

Di solito si dice che le cellule tumorali, staccandosi dalla superficie del tumore di origine (ad esempio da un tumore dello stomaco o di un altro organo addominale), diffondano nella cavità addominale come dei semi e si impiantino sulla mebrana peritoneale. Queste cellule crescono poi di dimensioni e formano noduli e placche che possono infiltrare l’intestino, causandone l’occlusione; possono inoltre produrre una notevole quantità di liquido (ascite), che consuma le proteine dell’organismo, gonfia l’addome e schiaccia gli organi addominali compromettendone il funzionamento.

Tutto questo è vero, ma si tratta di una spiegazione riduttiva.

Innanzitutto la carcinosi può nascere direttamente dalla membrana peritoneale, può derivare da un organo dell’addome, o può arrivare al peritoneo anche partendo da un un organo non addominale (ad esempio da un tumore della mammella). Inoltre, la diffusione non avviene solo per insemenzamento, ma può avvenire anche per altre vie, tra cui quella linfatica. Non si tratta quindi semplicemente della diffusione di un tumore primitivo, causata dal distacco di cellule: piuttosto, la presenza della carcinosi indica che, all’interno di un tumore, alcune cellule hanno sviluppato delle capacità nuove, che le rendono particolarmente adatte a colonizzare la superficie interna dell’addome, la membrana attraverso la quale gli organi addominali vengono in contatto tra loro e, soprattutto, lo spazio vitale necessario per la sopravvivenza di questi organi.

I problemi pertanto non si manifestano solo quando i noduli crescono e schiacciano o infiltrano gli organi, o quando chiudono l’intestino. Parlare di noduli di carcinosi, o ridurre il problema all’asportazione o al trattamento di questi noduli, è sicuramente riduttivo. I problemi iniziano molto prima, nel momento stesso in cui lo spazio in cui gli organi addominali vivono (cavità addominale) e le loro vie di comunicazione (la membrana peritoneale e il liquido peritoneale) devono fare i conti con un nuovo inquilino che, in maniera silenziosa e subdola, finirà per colonizzarli. Cerco di spiegarmi meglio con l’esempio seguente, in cui vi invito per un attimo a mettervi nei panni di un organo addominale, per esempio l’intestino, che abita la cavità addominale, la sua città…

“Vi svegliate. Dalla finestra aperta l’aria frizzante del mattino vi porta profumo di fiori e le chiacchiere dei primi passanti.

Vi affacciate. I raggi del sole illuminano i tavoli di un caffè, tra le aiuole ai lati della strada.

Scendete a fare una passeggiata. Camminate in silenzio ascoltando i canti degli uccellini, e i rumori che giungono dalle finestre delle case circostanti, dove alcuni ritardatari si svegliano solo ora.

Arrivate al fiume, e vi stendete sull’erba a pensare, cullati dal suono dell’acqua che scorre”.

Ora riavvolgete il nastro.

“Vi svegliate per il frastuono dei clacson, che vi tormenta nonostante abbiate sbarrato la finestra e abbassato la tapparella.

Aprite per vedere che succede. Tra il fumo e la puzza degli scarichi, una colonna di auto occupa la strada, bloccata da un cassonetto dei rifiuti ribaltato a terra.

Scendete a fare una passeggiata per distrarvi. Il portone è bloccato da due monopattini abbandonati dopo l’uso da qualche maleducato. Poco più avanti, gli escrementi di un cane appena abbandonati. Vi tocca scavalcarli e farvi strada tra un’auto e l’altra.

Arrivate al fiume. Cercate un posto per stendervi sull’erba, ma è occupata dai tavoli del locale all’angolo: si è aggiudicato la concessione dal Comune, e diffonde ad alto volume gli spot di un vicino centro commerciale, impedendovi di pensare e concentrarvi. Nemmeno l’unica panchina è libera, trasformata nel parcheggio del bike-sharing”.

Vi invito a riflettere sul fatto che la carcinosi peritoneale ha due caratteristiche fondamentali in comune con le auto, il rumore, l’inquinamento, i monopattini, la pubblicità, il bike-sharing senza controllo.

La prima è che non si tratta di estranei, ma di prodotti dell’attività umana. Tutti i tumori nascono da mutazioni di cellule normali, si moltiplicano consumando le stesse loro risorse, ma soprattutto ne sfuttano perversamente gli stessi meccanismi di funzionamento, avvantaggiandosi in particolare di quelli più aggressivi (che dire della mancanza di empatia dei parcheggiatori selvaggi…).

La seconda, e forse più importante, è che la loro presenza modifica profondamente la vita degli abitanti della città, le loro abitudini, la loro serenità, fino ad arrivare a comprometterne irrimediabilmente il funzionamento. E tutto questo succede molto prima che lo spazio a disposizione venga occupato completamente, perché sono lo spazio stesso e le relazioni tra gli abitanti che vengono distorti, e modificati in maniera disfunzionale per gli abitanti, ma funzionale per i nuovi ospiti.

Trattare la carcinosi non è semplicemente togliere i noduli o trattare con chemioterapia la cavità addominale. Si tratta di inserirsi nel percorso di cura di una malattia sistemica (che inevitabilmente contempla anche trattamenti diversi, come la chemioterapia endovenosa, la terapia biologica o la radioterapia e, auspicabilmente, anche un percorso di psicoterapia), cercando di intervenire sugli effetti nefasti della presenza del tumore nella cavità addominale. Per risolverli se possibile, o per permettere alla persona che ne soffre di limitarne le conseguenze: conseguenze che spesso incidono pesantemente sulla qualità di vita e quasi inevitabilmente costringono a interrompere il percorso di cura.

Complicanze chirurgiche nel COVID-19 intestinale

Durante il 2020, trovandomi a prestare servizio presso l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo (la provincia italiana più colpita dalla “prima ondata” della Pandemia da SARS-CoV2) e, successivamente, presso l’Ospedale Fatebenefratelli di Milano (la provincia italiana più colpita dalla “seconda ondata”), ho avuto modo di conoscere e assistere molte persone ricoverate per COVID-19.

Nel mio doppio ruolo di Medico delle COVID-Unit e di Chirurgo di Guardia, ho potuto constatare che, al di là delle più note manifestazioni respiratorie, la malattia da SARS-CoV2 comporta spesso un’infezione intestinale che, tra l’altro, può essere presente anche in assenza di segni manifesti di polmonite.

Questa infezione intestinale, che più frequentemente si manifesta con segni aspecifici come diarrea, nausea e crampi addominali, in alcuni casi può complicarsi con sanguinamento, dolore e distensione addominale che si accompagnano a un repentino peggioramento delle condizioni dei pazienti: il peggioramento non si spiega con la sola visita del paziente, dove i segni apprezzabili all’esame clinico dell’addome sono spesso modesti.

Avendo l’abitudine di eseguire personalmente l’ecografia delle anse intestinali quando la sola visita clinica non mi è sufficiente a comprendere cosa sta succedendo nell’addome di un mio paziente, ho iniziato ad eseguirla regolarmente in tutti i malati di COVID-19 che visitavo per sintomatologia addominale.

Quello che ho immediatamente osservato, nei casi che si accompagnavano a sensibile peggioramento clinico, era la presenza di marcato ispessimento delle pareti del colon, che interessava singoli tratti oppure quasi tutta la sua lunghezza, associato alla presenza di ipoecogenicità delle pareti (aspetto più scuro) come si osserva nelle coliti ischemiche (dove l’afflusso di sangue alle pareti è ridotto ed è presente una marcata reazione infiammatoria).

In questi pazienti completavo allora lo studio con una TAC dell’addome con mezzo di contrasto, per integrare i reperti dell’ecografia ed escludere segni microperforativi, in assenza dei quali richiedevo anche la colonscopia. I reperti della colonscopia erano inevitabilmente suggestivi di colite ischemica diffusa o segmentaria, con la presenza di pareti del grosso intestino marcatamente ispessite ed aree livide da emorragia sottomucosa.

Ho pertanto iniziato ad annotare tutte queste osservazioni e a raccoglierne le immagini, per cercare di capire il meccanismo di questo danno intestinale. Confrontandomi con il Patologo, che osservava nei polmoni dei pazienti deceduti per COVID-19 una microtrombosi dei vasi polmonari (con danno più simile a quello dell’embolia polmonare), ho immaginato che la stessa cosa potesse avvenire nelle pareti dell’intestino.

Ho approfondito studiando i meccanismi recettoriali del virus SARS-CoV2 e il ruolo del recettore ACE2 intestinale, e sono giunto a ipotizzare che il rapido aggravarsi delle condizioni cliniche di questi pazienti fosse causato da trombosi con occlusione della circolazione nelle pareti del grosso intestino. Le conseguenze della riduzione del flusso sanguigno all’intestino, a seconda della sua gravità, possono andare dal danno della barriera intestinale con passaggio di batteri e tossine in circolo, all’emorragia acuta intestinale da ulcerazione della mucosa, alla presenza nei casi più gravi di paralisi e marcata distensione del colon, eventualmente associata alla presenza di bolle d’aria nello spessore della parete intestinale.

Questa situazione può complicare una patologia intestinale sottostante: per esempio, nei pazienti con diverticolosi dell’intestino, la trombosi di un diverticolo può portare ad emorragia e perforazione dello stesso, con la formazione di ascessi addominali o l’insorgenza di peritonite che pongono la necessità di intervento chirurgico urgente.

Ho raccolto tutte queste osservazioni ed idee nei due articoli sottostanti.

La Tecnica Laparoscopy Enhanced HIPEC (LE-HIPEC)

La tecnica LE-HIPEC per la carcinosi peritoneale è stata inventata dal Dr. Marco Lotti, che l’ha sviluppata nel 2013-2014 e pubblicata nel 2015-2016 (J Min Access Surg 2016;12:86-9), [J Laparoendosc Adv Surg Tech Part B, Videoscopy 2016;26(3)].

Obiettivo di questa tecnica è quello di superare i limiti delle due maggiori tecniche HIPEC, quella ad addome aperto e quella ad addome chiuso, mantenendone e combinandone i vantaggi.

La tecnica di Chemioterapia Ipertermica Peritoneale (HIPEC), che prevede di far circolare in addome un liquido di perfusione contenente i chemioterapici e portato a 41-42°C, viene realizzata in tutto il mondo secondo due principali modalità:

  • Tecnica ad Addome Chiuso, in cui la cavità addominale viene chiusa al termine del tempo chirurgico di resezione, lasciando nella cavità addominale dei tubi di drenaggio attraverso i quali viene fatto circolare il liquido di perfusione che contiene i chemioterapici;
  • Tecnica ad Addome Aperto (conosciuta come tecnica Coliseum, con alcune varianti tecniche), in cui l’addome viene lasciato aperto e la cute sollevata a formare un catino dove, durante la perfusione, il chirurgo mescola con una mano il contenuto dell’addome.

La Tecnica ad Addome Chiuso permette di conservare meglio il calore del liquido di perfusione, perché l’addome chiuso riduce la dispersione di calore; tuttavia, numerosi lavori scientifici hanno dimostrato che non è possibile trattare uniformemente la cavità addominale con questa tecnica, e che vi sono zone della cavità addominale dove il liquido non riesce ad arrivare. In particolare, grazie al lavoro del Dr. Lotti, è stato possibile dimostrare che la cavità addominale è soggetta dopo l’intervento a una precoce formazione di aderenze, che ostacolano la circolazione del liquido ad addome chiuso.

La Tecnica ad Addome Aperto (tecnica Coliseum, diffusa dal Dr. Sugarbaker), pur permettendo una uniforme circolazione del liquido di perfusione, grazie all’agitazione manuale, è gravata da un’intensa dispersione di calore: recenti lavori dimostrano che la temperatura del liquido in addome non è omogenea con questa tecnica e che alcune zone, tra cui quelle superficiali, possono non raggiungere la temperatura desiderata o essere addirittura ipotermiche. Non è inoltre possibile con questa tecnica trattare adeguatamente la parete addominale anteriore.

La tecnica LE-HIPEC prevede di realizzare un trattamento ad addome chiuso, utilizzando la laparoscopia per manipolare i visceri addominali e separare le eventuali aderenze, così da rendere possibile la circolazione dei chemioterapici in addome in modo omogeneo e uniforme.

Le osservazioni critiche del Dr. Lotti alle tecniche ad addome chiuso e aperto e il razionale della tecnica LE-HIPEC sono stati esposti in numerose pubblicazioni. La tecnica, pubblicata per la prima volta nel 2015, è stata presentata nel 2016 e nel 2018 al 10° e 11° Congresso della Società Internazionale sulle Neoplasie Peritoneali (PSOGI) a Washington, DC (USA) e Parigi.

La tecnica LE-HIPEC è citata da numerose pubblicazioni scientifiche, dal testo “Trattamento delle Metastasi Peritoneali, Chirurgia Citoriduttiva, HIPEC ed oltre” edito da Springer, dalle Linee Guida 2018 “Tumori Peritoneali Primitivi e Secondari” dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), ed è stata presa come modello dal Politecnico di Odessa per lo sviluppo della tecnologia SCRUM applicata al controllo del rischio e delle criticità nei progetti in Medicina. Grazie alla tecnica LE-HIPEC è stata per la prima volta dimostrata in vivo la formazione precoce di aderenze peritoneali postoperatorie dopo peritonectomia, fornendo ulteriore supporto alle tesi per cui la tradizionale tecnica HIPEC ad addome chiuso non sia in grado di trattare efficacemente la cavità addominale.

Dal 2017, la tecnica LE-HIPEC è al primo posto della ricerca “laparoscopic HIPEC” su Google.

Direttore f.f. SC Chirurgia Generale, Responsabile SS Chirurgia Laparoscopica Mininvasiva – Ospedale Fatebenefratelli Oftalmico – Piazzale Principessa Clotilde 3, 20121 Milano (MI)

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